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LETTERA AL DIRETTORE

Comunicati Segreteria - 15/09/2011

Gentile direttore,
l'intervento di ieri a firma di Massimo De Luca su articolo 8 del decretone all'esame oggi della Camera e articolo 18 dello Statuto dei lavoratori merita una risposta.
E non soltanto per il fatto semplice che De Luca chiama in causa alcune mie considerazioni sulle politiche del lavoro del Ministro Sacconi, ma soprattutto perché il ragionamento che svolge ha, secondo me, bisogno di alcune controdeduzioni.

Quando De Luca rovescia il guanto relativo alla platea degli interessati all'articolo 18, cioè quelli che chiama i pochi supertutelati, mette il dito in una piaga.
Ma la soluzione con cui suturare questa ferita non è allineare tutti i lavoratori alle minori o per nulla esistenti tutele che caratterizzano la piccole e media impresa, ma semmai di formulare, come ammette lo stesso De Luca, soluzioni utili ad ampliare i diritti. Chiedo: perché il licenziamento senza giusta causa del panettiere del negozio dietro l'angolo non dovrebbe essere giurisdizionalmente rilevante, o esserlo meno di quello dell'operaio o dell'impiegato di una grande azienda?

Il punto focale non è infatti la dimensione d'impresa, ma lesione di un diritto legittimo, cioè quello a non essere licenziato senza una giusta causa. De Luca, a questo proposito, propone di "fermarsi" alla fattispecie del licenziamento discriminatorio. Bene: parlando di criteri è discriminatorio il licenziamento, oggi riconducibile alla mancanza di giusta causa, della donna in maternità o del sindacalista attivo in fabbrica?

Se sì, allora è chiaro che l'articolo 18, nel principio, funziona proprio per questo. E funziona bene. E' poi discriminatorio il licenziamento che avviene, o viene minacciato, per mettere il lavoratore nelle condizioni di accettare determinate situazioni, ad esempio in materia di sicurezza? Se la risposta è sì, si capisce la lungimiranza, al di là delle opzioni personali dei lavoratori, dell'apparato sanzionatorio previsto dall'articolo 18.

Quanto proprio alle statistiche tra chi sceglie il reintegro e chi l'indennizzo, De Luca sostiene l'inutilità della previsione dell'articolo 18 sull'assunto che copra una fattispecie residuale, dato che la maggior parte delle persone opta per l'indennizzo. Rispondo, sperando di non banalizzare troppo: è vero che la maggior parte dei cittadini si comporta in maniera rispettosa degli altri, non di meno esistono leggi che puniscono i comportamenti delittuosi, per quanto a commetterli sia una parte residuale della cittadinanza.

Senza dire che il principio del reintegro, legato all'articolo 1 della Costituzione, si basa sull'assunto che il lavoro è un diritto e un valore e che la dignità del lavoratore licenziato senza giusta causa, pur indennizzato adeguatamente, è stata indubitabilmente violata. E l'indennizzo non è sostitutivo di un reddito. Non capisco infine perché modernizzare il mercato del lavoro debba essere un processo che passa attraverso sottrazioni, di diritti ma anche di salario (come nel caso Pomigliano) e non di aggiunte.

E quanto ai modelli esteri, ammesso e non concesso che siano più socialmente avanzati dei nostri, è bene che si sappia che in Germania, come in Inghilterra, non c'è il reintegro per ingiusta causa; ma se il lavoratore riesce a dimostrare davanti ad un giudice, ad esempio in Gran Bretagna, che il licenziamento è avvenuto ingiustamente, la sanzione "civilistica", quindi risarcitoria, arriva ad essere pesantissima, in proporzioni tali, casi alla mano, da minacciare la sostenibilità dell'impresa stessa. Non so quale dei due deterrenti, se il reintegro o la mazzata legale, funzioni meglio per disincentivare l'esercizio arbitrario del licenziamento.

L'accanimento del ministro Sacconi contro la Cgil è ideologico, il nostro attaccamento ai valori non negoziabili, come la tutela di fronte a licenziamenti arbitrari e ingiusti, è invece una questione di sostanza. Ne discende che secondo noi modernizzare il mercato del lavoro significa ampliare qualità e quantità di tutele. E' il buon lavoro a fare la buona impresa e non si sono mai visti modelli di sviluppo stimolati non da misure strutturali di crescita ma dalla maggiore libertà di licenziamento.

Tutto questo sta nelle proposte da tempo formulate in materia dalla Cgil, ma rimaste inascoltate. Si è preferito il modello della Legge 30, fatta senza gli ammortizzatori sociali, o quello autoritario di Pomigliano. Non a caso l'unico a compiacersi dell'articolo 8 del decreto è Marchionne.

Concludo dicendo: caro De Luca, l'articolo 18 è insomma un tabù, nella forma e nella sostanza, solo nella misura in cui si cerca di "cambiare" per peggiorare e non si riforma per migliorare. E dato che dobbiamo scontare la personalissima guerra del ministro del Welfare contro la Cgil, ciascuno si prenda le sua brave responsabilità. Magari non scambiando il rovescio del guanto per il suo diritto.

Paolino Barbiero, Segretario Generale Cgil provinciale Treviso